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La seconda vita del packaging

26 novembre 2018

Un capodoglio spiaggiato sulle coste indonesiane con circa 6kg di plastica in corpo (bicchieri, sacchetti, contenitori e persino ciabatte da mare) non smette, per fortuna, di fare notizia. Nonostante il fenomeno sia diventato frequente, l’opinione pubblica non sembra assuefatta. Tutt’altro: senza bisogno di scomodare studi e proiezioni, la percezione nell’opinione pubblica, quando si parla di plastica in mare, è quella dell’emergenza.
Il tema è sentito e popolare come non mai, e mentre Greenpeace mette costantemente all’indice le più grandi multinazionale del largo consumo, dal canto loro i giganti del settore iniziano a reagire alle mutate condizioni per – nelle parole del CEO di Kellog Steve Cahillane   - “Smettere di essere parte del problema per iniziare ad essere parte della soluzione”. Proprio la multinazionale americana, proprietaria tra gli altri del brand Pringles, ha di recente annunciato un programma di raccolta e riciclo degli iconici tubetti di patatine.

I consumatori saranno incentivati a rispedire gratuitamente all’azienda i tubetti usati, ricevendo in cambio un voucher da donare ad organizzazioni benefiche a scelta del consumatore.


Cruciale, nella definizione del programma, la partnership con Terracycle, l’azienda americana guidata dall’eclettico Tom Szaky che ha come obiettivo “il superamento del concetto di rifiuto” e che sempre più frequentemente conquista le prime pagine dei giornali di mezzo mondo. “Non possiamo – ha pubblicamente ammesso Lou Massari, direttore packaging di Kellogg – raggiungere obiettivi così ambiziosi da soli. Per questo sempre più spesso collaboriamo con nuovi partner per trovare soluzioni di packaging innovative”.
Quello di Kellogg non è l’unico esempio di cambio di rotta da parte delle grosse multinazionali del largo consumo. Incastrate ancora in un modello economico eminentemente lineare, per decenni si sono fatte concorrenza sul packaging più attrattivo, innovativo, performante, visibile. Via via le confezioni sono diventate sempre più ergonomiche, sicure, facili da trasportare. Ma man mano che il problema delle plastiche in mare (e non solo) diventava rilevante, la direzione è cambiata e si avverte chiaro un cambio di rotta. Il modello “closed loop”, in cui le plastiche non diventano mai effettivamente rifiuto, improvvisamente non sembra più né utopico, né economicamente insostenibile. “Stiamo lavorando con i principali attori del settore – ha dichiarato di recente Tom Szaky – per costruire nei prossimi mesi una piattaforma globale che metta insieme multinazionali, trasportatori e consumatori, superando un modello di consumo lineare” 
Un cambio di paradigma radicale, in cui il packaging smette di essere soltanto un modo per “trasferire” un bene dai produttori al consumatore, ma diventa un sistema riciclabile e riutilizzabile, parte stessa dell’esperienza di consumo. Con tutte le conseguenze del caso. La prima - forse non troppo ovvia - è la struttura di costo del packaging stesso. Da mero costo, da ridurre il più possibile (spesso a scapito degli attributi di riciclabilità) il packaging potrebbe diventare improvvisamente un investimento. In tecnologia, usabilità e performance, al fine di migliorare la longevità ed attrattività agli occhi del consumatore. 
“Sottovalutiamo – dice Szaky – il ruolo che come consumatori possiamo avere nell’orientare questo cambio di paradigma. Tutte le aziende hanno come obiettivo quello soddisfare i nostri desideri. Sono per così dire specchio di ciò che noi desideriamo come consumatori. Se tutti iniziassimo a spingere nella direzione di un consumo circolare, le aziende si muoverebbero in quella direzione più decisamente. È come se fosse un potere di voto, che spesso però non ci rendiamo conto di avere”. 

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