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Ingegneria climatica

Hi-tech per salvare il pianeta

19 ottobre 2017

Spazio hi tech

Chiudete gli occhi. Immaginate di camminare in un fitto bosco di alberi, altissimi, centenari. Ascoltate il fruscio dell’aria che muove leggermente le fronde più alte. Apriteli adesso: davanti a voi ci sono alberi che non sono alberi, piuttosto gigantesche racchette da tennis alte quanto pale eoliche. All’improvviso un boato: con lo sguardo all’insù, vedete solcare il cielo da navi spaziali che spargono solfati nella stratosfera. Nuvole cariche di pioggia si formano dal nulla. Il rumore del mare, in lontananza, vi attira: ma quello che vi trovate davanti a perdita d’occhio è una distesa verde di alghe che copre tutta la superficie. D’un tratto anche il sole sopra di voi si eclissa: un grosso scudo compare sopra la vostra testa, riflettendo la luce. Cala il buio. Presto, ciò che oggi ci sembra degno del miglior film di fantascienza, potrebbe essere realtà.

Attraverso l’ingegneria climatica, o geoingegneria, l’uomo sta cercando di studiare risposte adeguate per combattere il riscaldamento globale, e in particolare l’aumento della CO2.


Bruciando carbone, petrolio e metano, l’uomo ha aumentato di un terzo, in poco più di cento anni, la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera: ciò ha causato temperature medie più alte, lo scioglimento dei ghiacciai, brusche escursioni termiche tra estati torride ed inverni sempre più rigidi. Rischi accertati e potenzialmente catastrofici.

È qui che entra in campo l’ingegneria climatica con i suoi avvenieristici strumenti, pensati per assorbire e ridurre l’anidride carbonica nell’aria e negli oceani, o per diminuire la radiazione e il riscaldamento del sole sul nostro pianeta.

Come? Attraverso aerosol stellari a base di solfuri da spruzzare direttamente in cielo per replicare l’effetto climatico delle eruzioni vulcaniche. Foreste di alberi dalla forma di enormi racchette per imprigionare la CO2. Coperte termiche in grado di coprire estensioni di terreno grandi come deserti o ghiacciai, per bloccare il surriscaldamento schermando i raggi solari. Fertilizzanti a base di ferro da spargere nel mare così da aumentare la presenza di alghe che assorbono anidride carbonica e riducono l'acidità degli oceani.

L’ingegneria climatica può essere considerata come la terza e ultima strategia di emergenza per affrontare i cambiamenti climatici a livello globale. Soluzioni hi-tech che però non possono e non devono sostituirsi agli sforzi, ancora considerati prioritari dagli esperti di settore, di mitigazione e riduzione degli inquinanti. La geoingegneria come un’opzione complementare in sintesi, non come una strategia salvifica. Anche perché intervenire in modo così deliberato, diretto e su larga scala sul clima, è una questione che tocca aspetti molto vari tra loro: etici innanzitutto, ma anche politici ed economici. Un’ipotesi che, per adesso, spaventa molti e solleva dubbi sull’effettivo rapporto costi/benefici.

Alberi artificiali sì, ma accanto a un bel bosco di sempreverdi.