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Di nuovo Elon Musk

La tecnologia ti entra in testa

21 giugno 2017

Musk laccio neurale

Fantascienza o realtà? Sembra sempre più difficile riuscire a distinguere, soprattutto quando a parlare è l’eclettico e vulcanico Elon Musk. Dopo i viaggi nello spazio e le auto elettriche, l’imprenditore sudafricano sta lavorando a un nuovo progetto. Anche stavolta nello scenario, prospettato dalle pagine del Wall Street Journal, gli elementi per stupire ci sono tutti. La nuova startup che ha fondato si chiama Neuralink e vuole creare dispositivi da impiantare nel cervello che possano potenziare le nostre abilità cognitive ed evitare che le intelligenze artificiali ci surclassino rendendoci schiavi.
Anche questa volta – come per ogni progetto che lo riguarda – Musk si è dato un obbiettivo a lungo termine e uno a breve termine.

In un primo momento, Neuralink dovrebbe potenziare le abilità del cervello umano, per poi passare a sviluppare interfacce in grado di alleviare i sintomi di alcune patologie croniche del cervello (come epilessia, Parkinson, ecc).


Non è la prima volta che Musk fa dichiarazioni di questo tipo. Nel 2016, alla Code Conference, prospettò il funzionamento di un laccio neurale - costituito da un dispositivo connesso chirurgicamente al cervello umano - che consentisse all’utente di interagire con i computer senza le limitazioni attuali.
Tra non molto, dunque, potremmo trovarci a vivere in una realtà in cui la maggior parte delle persone avrà un dispositivo impiantato in grado di potenziarne, per esempio, la memoria ma anche di compensare i danni provocati da malattie degenerative come Alzheimer, Sla e Parkinson.
Se il progetto di Neuralink dovesse funzionare rimangono comunque molti dubbi sia dal punto di vista etico e legale, sia dal punto di vista della sicurezza. Negli ultimi tempi abbiamo imparato che qualsiasi dispositivo intelligente (che sia un telefono, una tv o un frigorifero) può essere hackerato. Possiamo solo immaginare i pericoli che comporterebbe l’accesso diretto alla mente di un’altra persona. La domanda è: siamo pronti a fare i conti con un simile rischio?